Tempo fa avevo un amico gay che non voleva figli. Era un pittore e si ubriacava. Aveva cinquant’anni di cui venti da alcolista. Possedeva una biblioteca personale con più di tremila libri. Aveva anche un mucchio di vinili, centocinquanta circa. Era anche un illustratore per libri di poesie imbarazzanti, ma le illustrazioni erano molto belle. Alla mia famiglia aveva regalato un quadro, olio e terre su tela. Un giorno gli avevo chiesto che cosa rappresentasse e lui mi aveva dato uno schiaffo. Poi aveva guardato mia madre dicendole, vedi? è per questo che non voglio figli. Sapeva raccontare le barzellette molto bene. Era molto simpatico. Una volta si era messo un vestito giallo canarino trasparente di seta, era sceso di casa per andare al suo studio, e due uomini grossi lo avevano picchiato a sangue. Si era salvato per miracolo. Poi gli diagnosticarono una cirrosi epatica. Non gli davano speranze, senza un fegato nuovo sarebbe morto. Lui però continuava a bere vini molto costosi. Aveva fatto parecchi soldi con i quadri e con affitti di case che possedeva. Era fissato con le praline di cioccolato fondente, ne aveva a chili dentro la credenza. Un giorno sono andato a trovarlo a casa sua, quella volta stava a letto fatto di morfina, per via della cirrosi. Mi ricordo che mi parlava di Max Stirner e i suoi occhi ruotavano all’indietro fra una parola e l’altra, e diventavano bianchi, giallicci per la verità, bianco sporco. Mi dispiaceva, gli volevo bene. Ci sono tornato sette giorni dopo a casa sua, e quel giorno stava meglio, non era a letto, aveva preso un antidolorifico più leggero. Mi faceva vedere un catalogo della Pioneer perché voleva che gli consigliassi un nuovo impianto stereo per ascoltare i suoi dischi. Gliene suggerii uno da ottocento euro, era soddisfatto del mio consiglio. Saremmo dovuti andarlo comprare insieme da lì a due settimane, dopo le vacanze di Pasqua. La domenica di Pasqua prese la sua Twingo e si schiantò su un muretto separatore. Finì in coma. Ci avvisarono subito e mia madre nel periodo del coma andava spesso a casa sua ad annaffiargli le piante e a spolverare. Io andavo con lei e mi mettevo a leggere e a guardare i suoi lavori, le sue prove d’autore, le sue sculture di gesso. Una volta, in cucina, presi dalla credenza una busta da mezzo chilo di praline di cioccolato fondente. Me le portai a casa e le misi in una ciotola. Le mangiavamo tutti in famiglia e in pochi giorni le avevamo quasi finite. Un mercoledì andai a prenderne una e vidi che ce n’erano rimaste solo cinque. Ne mangiai una. Poi un’altra. Poi la terza. Poi la quarta. Poi la quinta. Le finii. La ciotola era vuota. Un minuto dopo squillò il telefono. Il mio amico non ce l’aveva fatta.
Il custode, in un cimitero, lo riconosci subito in mezzo agli altri. È quello con la tuta da ginnastica rossa. È quello che arriva di fronte a una fila di loculi e non rallenta i passi, non dà un colpo di tosse, non fa il segno della croce, e non tiene la testa bassa, rigida, con le mascelle serrate, per poi sollevarla lentamente sospirando. Non ha gli occhiali da sole. È quello robusto, basso, moro, con la barba brizzolata, le mani callose e sempre in vista, mai in tasca, mai con le dita intrecciate dietro la schiena o unite per pregare. Si muove lentamente, ma non sta mai fermo. Ha le forbici, un taglierino e un cacciavite in tasca, e si occupa della scala e della pattumiera dove i crisantemi, le calle, le rose, i garofani, macerano, marciscono e si decompongono lentamente. Non lo vedi mai con un mazzo di fiori freschi in mano, lui si occupa di quelli appassiti, secchi, ma non più di tanto ché ci sono le vedove, le mamme e le sorelle che tengono in ordine le tombe, ognuna quella del proprio caro scomparso. Il custode ha spesso la scopa in mano per raccogliere le foglie cadute gialle, morte, sulle mattonelle. Ha un suo stanzino degli attrezzi dove tiene anche l’olio, e lo mette una volta alla settimana sui cardini del cancello, se è piovuto anche più spesso, per non farlo cigolare ché dà fastidio. Quando piove forte, o è troppo caldo e non ci sono nuovi arrivi rimane lì dentro. Ha uno sgabello di legno che tiene vicino ai sacchi di cemento e ai mattoni per chiudere il loculo una volta fatta strisciare dentro la cassa. Ci si siede e si riposa e rimane al fresco o accende la stufetta e si riscalda, sfrega le mani e alita dentro i pugni. Sopra lo scaffale, sul ripiano delle cazzuole e dei guanti ha fatto spazio ad una piccola televisione che si è portato da casa. Guarda spesso i telegiornali, magari sportivi, mentre mangia qualcosa che ha preparato da solo la sera prima, magari un panino. L’ha preparato lui perché il custode non è sposato e vive solo, com’è solo dentro il suo stanzino. Non si lamenta del suo lavoro o della sua vita, perché il cimitero non è luogo per lamentarsi apertamente della vita e del lavoro, devi lasciare i problemi di tutti i giorni fuori dal cancello, con spontanea sobrietà. Puoi piangere, naturalmente, ma non farlo vedere, fa che tutto resti dietro gli occhiali da sole scuri, che il custode non ha. Lui non piange, non si lamenta. È insensibile agli occhi della gente che lo vede portare la scala e azionare l’argano per sollevare il feretro e con la cazzuola fare il cemento nei grossi secchi e rompere i forati per portarli a misura. È sempre silenzioso il custode, ti accorgi di lui quando nell’ultima parte del funerale fa rumore con i suoi attrezzi e fa strisciare forte la cassa sopra il pavimento del loculo spingendola, e la tua pelle si accappona, e deglutisci nervosamente un paio di volte, e digrigni i denti, e in bocca hai un sapore salato di lacrime e muco. E lui è lì, freddo, composto e professionale. Fuma MS, pacchetto morbido. A volte per rilassarsi si mette a spippettare una sigaretta seduto sul muretto di un’aiuola e con la testa fra le ginocchia fissa il percorso di una formica minuscola e leggera, quasi inesistente, su una mattonella di cemento. Si immagina di essere piccolissimo e di passeggiare tra le crepe del pavimento, immerso in un gigantesco silenzio copre distanze grandissime per le zampette di una formica, insignificanti per le sue gambe. Poi, respira profondamente, lo sguardo non è più fisso, si alza, schiaccia l’insetto, lo guarda morto. Tira su col naso, rinfila la maglietta nell’elastico dei pantaloni della tuta, si guarda davanti, e torna al lavoro.