Lisa Griassopiede

e l'incantevole J.

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domenica, 08 febbraio 2009

Speeding motorcycle, the road is ours, we don't have to break our necks

Daniel074 copia
postato da: AdeleGrapisi alle ore 21:53 | link | commenti (3)
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venerdì, 06 febbraio 2009

Le cose leggere che prima che arrivo il vento me le sposta più lontano.

Quando ero piccolo camminavo sui marciapiede saltando le crepe sul cemento e i tombini. Non dovevo calpestarle: mai. Potevo esplodere, o delle tagliole per tigri mi avrebbero amputato una gamba. O peggio poteva saltare in aria l'intero paese, ed era compito mio salvare tutti. Ero l'unico che lo faceva, e passeggiare era una missione: salta le righe, sangue freddo, vedrai che ce la farai a salvare te e tutti gli altri, pensavo. Poi crescendo scoprii che molti dei miei amici evitavano di pestare le crepe dei marciapiede, ma solo io ero un eroe.
Adesso, quando cammino lungo una strada dritta, rovinata dai camion, mi piace fissare un punto lontano e raggiungerlo. Una bottiglia, un sasso, una buca: roba pesante che è lì che ti aspetta. Prendo la mira da lontano e senza accorgermene ci sono già, come quella volta a caccia di fagiani con l'arco e le frecce, con Federico. Una lunga salita: guarda quella balla di fieno in cima, quando arriviamo guardati dietro, ma per adesso non voltarti mai, mi fa. Quella volta non cacciammo fagiani, comunque. Arrivammo alla balla e guardammo la strada che avevamo percorso velocemente, ingordi, col fiatone. Cercammo di spostare il grosso mucchio di fieno pressato, ma non riuscimmo a muoverlo di un centimetro. Sembrava così leggero. Non si vedeva più da dove eravamo partiti.
Qualche volta, però, mentre cammino punto da lontano una carta di una merendina o una foglia. O un fazzoletto, anche. Le cose leggere che prima che arrivo il vento me le sposta più lontano, e mi danno un po' di tempo in più, un po' di metri in più. Alla fine raggiungo anche quelle, comunque.

(Non mi ha capito. Perché rimane lì a pulirsi i denti con le dita senza dirmi niente? Che cosa aspetta? Forse non dovevo. Adesso glielo dico. Oppure no. Ha gli occhi così gonfi. Mi sembra tutto così difficile per lui. Va bé, va, giochiamo a mastermind.)

Giochiamo a mastermind?
Ti va un caffè? Poi puoi restare a dormire.

Io non dormo.
postato da: AdeleGrapisi alle ore 21:12 | link | commenti (5)
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lunedì, 19 gennaio 2009

Foglie.

Appoggiò la spalla allo stipite della porta del bagno, incrociò le gambe e si grattò sotto il mento storcendo la bocca in un sorriso, ma era chiaramente infastidito e preoccupato.
Con la testa all’indietro ecco cosa vide: l’intonaco si era ammorbidito e in due punti, verdastri di muffa, cadeva a foglioline sottili che scendevano svolazzando, e arrivate a terra si sgretolavano in pezzi più piccoli. Si stava spelando quel soffitto, non stava bene.
Quando entrò in camera da letto notò sul comò la collana di perle scure e due forcine per i capelli, una coi brillanti e l’altra semplice, rosa. Quella rosa la incastrò fra la cornice e l’immagine sacra della Madonna e fece il Segno della Croce; l’altra coi brillanti la infilò in tasca con la collana: decise di andare a restituirgliele; decise di allontanarsi da casa; decise che allontanarsi aveva senso solo se andava da lei.
Prese il giaccone, accese una sigaretta scendendo le scale, si chiuse il portone alle spalle: c’era un freddo di tramontana quel giorno.
L’aria potente scuoteva gli olmi calvi a cui la stagione autunnale aveva portato via le foglie, sconvolgendo la loro capigliatura. In prospettiva, la chioma folta e sempreverde di un pino dietro uno di questi, faceva da sfondo ai rami spogli e dava l’illusione di una parrucca un po’ storta. Fitta e verdissima, era in contrasto con il grigiore delle nubi e i cappotti scuri e gli occhi lucidi  - intendi bene: brillanti di lacrime per le folate di tramontana e polvere, non luccicanti di tristezza, o che so io, di nervosismo e rabbia -  e trovava, in lui che viveva tutto questo, il senso del falso dei colori vivi e degli aghi fitti che sostituivano il vuoto dei rami sbiancati: presenze utili solo a far notare le assenze. L’autunno e l’inverno portavano il tempo brutto e i raffreddori, e toglievano le foglie agli olmi, i peli ai cani e i capelli alle persone, pensò. Ma quando girò l’angolo eliminando quella prospettiva, si accorse di come l’albero, nei rami nudo e debole ad una prima occhiata, conservasse intatte nella solidità del vecchio tronco, dignità, vitalità e bellezza.
In quel momento, dalle dita con cui la teneva, mise la merit fra le labbra e la lasciò lì senza aspirare mentre tirava su la zip del giaccone fino in cima. Poi si abbottonò, riprese a camminare e si riempì il torace di fumo con una lunga boccata.
Allora una nuvola a forma di t-rex con le fauci spalancate scese feroce, cattiva. Lui si fermò terrorizzato con la bocca tremante, e la sigaretta dalle labbra precipitò sull’asfalto. Non fece in tempo a mettere le mani a schermo davanti al viso che il t-rex arrivò e con un morso gli staccò una gamba. Poi il mostro incorporeo e sbiadito sparì in un rumore di vento, e il cielo crollò addosso a lui e tutto intorno, porco di un dio.
postato da: AdeleGrapisi alle ore 00:00 | link | commenti (5)
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sabato, 03 gennaio 2009

postato da: AdeleGrapisi alle ore 14:20 | link | commenti (3)
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lunedì, 08 dicembre 2008

Il ruvido del fondo sotto le piante dei piedi.

Il piede destro, peloso sul collo, dondolava fuori dalla poltrona gonfiabile verde, e la grossa unghia incarnita dell’alluce graffiava la pellicola dell’acqua. Il cielo grigio e nuvoloso dell’ultima settimana d’agosto gli stendeva sopra un velo tiepido di luce stanca. Era stata una lunga estate calda, e l’aria sapeva di pioggia e di cloro. Suo figlio era uscito in costume dalla porta sul retro, lui lo guardava camminare e andare verso il trampolino.
Arrivato ai piedi della scala si toglieva le ciabatte e cominciava a salire, un gradino alla volta, le mani strette sulle ringhiere lo tiravano su, fino ai cinque metri.
Dalla poltrona calava il nodoso avambraccio sinistro coi peli neri spessi e pettinati, e sotto l’acqua fredda, aprendo la mano, spingeva con la forza necessaria per ruotarsi e guardare di fronte il figlio biondo e magro tuffarsi. La resistenza dell’acqua al movimento del braccio gli faceva contrarre il pettorale sinistro, e la punta del capezzolo inturgidito si muoveva verso l’alto. E mentre aspettava il tuffo passava la lingua fra le labbra secche, deglutiva sporgendo la bocca in avanti e socchiudeva gli occhi. Aveva l’aria di chi sente un odore strano.
Un passo per volta, serio come una suora, fino al ciglio del trampolino. Gli occhi chiusi, le braccia contigue al corpo, dentro e fuori l’aria dai polmoni, le ginocchia si piegavano, un salto da fermo e dopo il rimbalzo un altro verso il vuoto. Le lunghe braccia fine e deboli si aprivano insieme alle palpebre. E senza accorgersene bucava l’acqua come una freccia, mentre sprofondando soffiava forte con il naso per non bere. Il ruvido del fondo sotto le piante dei piedi, una spinta verso l’alto e poi fuori, veloce come un siluro. Le orecchie piene si svuotavano appena riemerso, e scrollava vigorosamente la testa gialla, come un cane. Muoveva le gambe per galleggiare, si strofinava gli occhi e guardava suo padre che sorrideva sereno e soddisfatto sulla poltrona. Poi gli girava le spalle e se ne andava a rana.
E mentre il ragazzo si allontanava, l’uomo notava che il sole si abbassava come il giorno precedente, dietro la stessa collina del giorno precedente. Il figlio era fuori che si avvolgeva nell’asciugamano di Batman e senza ciabatte ritornava verso la porta di casa. Rimasto a galleggiare da solo cominciava a sentire freddo e aveva qualche brivido. Ma rimaneva lì, dondolando impercettibilmente, intento ad accarezzarsi lo stomaco morbido e dilatato. Il figlio si voltò verso di lui prima di rientrare. Con la luce rossa del tramonto che gli sbatteva in faccia, e la distanza dalla quale l’uomo lo osservava, il figlio gli ricordava suo padre.
Sentiva di nuovo i brividi e il freddo. Voleva alzarsi da quella poltrona e rientrare in casa. Anzi no, non voleva.
Si guardava intorno con gli occhi distratti di chi si è rassegnato, e dopo un lungo sospiro rideva piano. Alzava gli occhi al cielo e anche se non sapeva quanto ancora avrebbe retto, ne era sicuro: stava per piovere.
postato da: AdeleGrapisi alle ore 13:14 | link | commenti (5)
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mercoledì, 29 ottobre 2008

Tempo fa avevo un amico gay che non voleva figli.

Tempo fa avevo un amico gay che non voleva figli. Era un pittore e si ubriacava. Aveva cinquant’anni di cui venti da alcolista. Possedeva una biblioteca personale con più di tremila libri. Aveva anche un mucchio di vinili, centocinquanta circa. Era anche un illustratore per libri di poesie imbarazzanti, ma le illustrazioni erano molto belle. Alla mia famiglia aveva regalato un quadro, olio e terre su tela. Un giorno gli avevo chiesto che cosa rappresentasse e lui mi aveva dato uno schiaffo. Poi aveva guardato mia madre dicendole, vedi? è per questo che non voglio figli. Sapeva raccontare le barzellette molto bene. Era molto simpatico. Una volta si era messo un vestito giallo canarino trasparente di seta, era sceso di casa per andare al suo studio, e due uomini grossi lo avevano picchiato a sangue. Si era salvato per miracolo. Poi gli diagnosticarono una cirrosi epatica. Non gli davano speranze, senza un fegato nuovo sarebbe morto. Lui però continuava a bere vini molto costosi. Aveva fatto parecchi soldi con i quadri e con affitti di case che possedeva. Era fissato con le praline di cioccolato fondente, ne aveva a chili dentro la credenza. Un giorno sono andato a trovarlo a casa sua, quella volta stava a letto fatto di morfina, per via della cirrosi. Mi ricordo che mi parlava di Max Stirner e i suoi occhi ruotavano all’indietro fra una parola e l’altra, e diventavano bianchi, giallicci per la verità, bianco sporco. Mi dispiaceva, gli volevo bene. Ci sono tornato sette giorni dopo a casa sua, e quel giorno stava meglio, non era a letto, aveva preso un antidolorifico più leggero. Mi faceva vedere un catalogo della Pioneer perché voleva che gli consigliassi un nuovo impianto stereo per ascoltare i suoi dischi. Gliene suggerii uno da ottocento euro, era soddisfatto del mio consiglio. Saremmo dovuti andarlo comprare insieme da lì a due settimane, dopo le vacanze di Pasqua. La domenica di Pasqua prese la sua Twingo e si schiantò su un muretto separatore. Finì in coma. Ci avvisarono subito e mia madre nel periodo del coma andava spesso a casa sua ad annaffiargli le piante e a spolverare. Io andavo con lei e mi mettevo a leggere e a guardare i suoi lavori, le sue prove d’autore, le sue sculture di gesso. Una volta, in cucina, presi dalla credenza una busta da mezzo chilo di praline di cioccolato fondente. Me le portai a casa e le misi in una ciotola. Le mangiavamo tutti in famiglia e in pochi giorni le avevamo quasi finite. Un mercoledì andai a prenderne una e vidi che ce n’erano rimaste solo cinque. Ne mangiai una. Poi un’altra. Poi la terza. Poi la quarta. Poi la quinta. Le finii. La ciotola era vuota. Un minuto dopo squillò il telefono. Il mio amico non ce l’aveva fatta.

postato da: AdeleGrapisi alle ore 12:59 | link | commenti (6)
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martedì, 28 ottobre 2008

È quello con la tuta da ginnastica rossa.

Il custode, in un cimitero, lo riconosci subito in mezzo agli altri. È quello con la tuta da ginnastica rossa. È quello che arriva di fronte a una fila di loculi e non rallenta i passi, non dà un colpo di tosse, non fa il segno della croce, e non tiene la testa bassa, rigida, con le mascelle serrate, per poi sollevarla lentamente sospirando. Non ha gli occhiali da sole. È quello robusto, basso, moro, con la barba brizzolata, le mani callose e sempre in vista, mai in tasca, mai con le dita intrecciate dietro la schiena o unite per pregare. Si muove lentamente, ma non sta mai fermo. Ha le forbici, un taglierino e un cacciavite in tasca, e si occupa della scala e della pattumiera dove i crisantemi, le calle, le rose, i garofani, macerano, marciscono e si decompongono lentamente. Non lo vedi mai con un mazzo di fiori freschi in mano, lui si occupa di quelli appassiti, secchi, ma non più di tanto ché ci sono le vedove, le mamme e le sorelle che tengono in ordine le tombe, ognuna quella del proprio caro scomparso. Il custode ha spesso la scopa in mano per raccogliere le foglie cadute gialle, morte, sulle mattonelle. Ha un suo stanzino degli attrezzi dove tiene anche l’olio, e lo mette una volta alla settimana sui cardini del cancello, se è piovuto anche più spesso, per non farlo cigolare ché dà fastidio. Quando piove forte, o è troppo caldo e non ci sono nuovi arrivi rimane lì dentro. Ha uno sgabello di legno che tiene vicino ai sacchi di cemento e ai mattoni per chiudere il loculo una volta fatta strisciare dentro la cassa. Ci si siede e si riposa e rimane al fresco o accende la stufetta e si riscalda, sfrega le mani e alita dentro i pugni. Sopra lo scaffale, sul ripiano delle cazzuole e dei guanti ha fatto spazio ad una piccola televisione che si è portato da casa. Guarda spesso i telegiornali, magari sportivi, mentre mangia qualcosa che ha preparato da solo la sera prima, magari un panino. L’ha preparato lui perché il custode non è sposato e vive solo, com’è solo dentro il suo stanzino. Non si lamenta del suo lavoro o della sua vita, perché il cimitero non è luogo per lamentarsi apertamente della vita e del lavoro, devi lasciare i problemi di tutti i giorni fuori dal cancello, con spontanea sobrietà. Puoi piangere, naturalmente, ma non farlo vedere, fa che tutto resti dietro gli occhiali da sole scuri, che il custode non ha. Lui non piange, non si lamenta. È insensibile agli occhi della gente che lo vede portare la scala e azionare l’argano per sollevare il feretro e con la cazzuola fare il cemento nei grossi secchi e rompere i forati per portarli a misura. È sempre silenzioso il custode, ti accorgi di lui quando nell’ultima parte del funerale fa rumore con i suoi attrezzi e fa strisciare forte la cassa sopra il pavimento del loculo spingendola, e la tua pelle si accappona, e deglutisci nervosamente un paio di volte, e digrigni i denti, e in bocca hai un sapore salato di lacrime e muco. E lui è lì, freddo, composto e professionale. Fuma MS, pacchetto morbido. A volte per rilassarsi si mette a spippettare una sigaretta seduto sul muretto di un’aiuola e con la testa fra le ginocchia fissa il percorso di una formica minuscola e leggera, quasi inesistente, su una mattonella di cemento. Si immagina di essere piccolissimo e di passeggiare tra le crepe del pavimento, immerso in un gigantesco silenzio copre distanze grandissime per le zampette di una formica, insignificanti per le sue gambe. Poi, respira profondamente, lo sguardo non è più fisso, si alza, schiaccia l’insetto, lo guarda morto. Tira su col naso, rinfila la maglietta nell’elastico dei pantaloni della tuta, si guarda davanti, e torna al lavoro.

postato da: AdeleGrapisi alle ore 21:31 | link | commenti (1)
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